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DiAvv. Cristian Lomaistro

Al trasferimento del coniuge col figlio minore presso il convivente, segue la revoca dell’assegnazione di casa familiare e mantenimento

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Nell’ambito delle controversie per la definizione dei provvedimenti economici in materia di cause di divorzio, degna di approfondimento appare una recente ordinanza emessa dal Tribunle di Salerno (Trib. Salerno, ord. 30 gennaio 2020, I Sez. Civ.).

La decisione è stata assunta in conseguenza del ricorso, introdotto nel corso del giudizio di separazione, con il quale il coniuge ha chiesto al Tribunale la revoca del diritto alla assegnazione della casa coniugale e la revoca dell’assegno di mantenimento.

Il caso

In via preliminare, occorre osservare che, nel caso di specie in fase presidenziale il Tribunale aveva attribuito alla moglie il diritto di assegnazione, nell’interesse del minore, della casa coniugale, di proprietà esclusiva del ricorrente.

Nella medesima sede, il Tribunale aveva disposto il mantenimento in favore della moglie della somma di €. 550,00, oltre al mantenimento del figlio.

Mutata la situazione di fatto, avendo il coniuge assegnatario dell’immobile lasciato la casa coniugale e avendo intrapreso altresì una convivenza stabile con altra persona, il ricorrente chiedeva la modifica delle condizioni della separazione.

Il coniuge assegnatario si difendeva evidenziando di aver dovuto lasciare l’immobile per le condizioni di degrado in cui versava a causa della omessa manutenzione da parte dell’altro coniuge proprietario.

La decisione

Ciononostante, il Tribunale accoglieva la domanda di revoca dell’assegnazione, e ciò sulla base dell’opportuno richiamo ai principi in materia, ricordando inoltre come “la ratio della regola posta dall’art. 337-sexies c.c. è quella di garantire la conservazione dell’«habitat» domestico dei figli minori e postula la permanenza del legame ambientale del minore con l’abitazione, legame che nel caso di specie deve ormai dirsi venuto meno atteso che il minore vive stabilmente presso altra abitazione da un anno e mezzo (a prescindere dalle circostanze di fatto che hanno indotto la ricorrente a trasferirsi presso l’abitazione del proprio compagno)”.

Dalla pronuncia in esame è agevole evincere il principio per cui non è rilevante il motivo per cui il coniuge assegnatario abbia dovuto lasciare l’immobile, quand’anche imputabile all’altro coniuge proprietario dell’immobile per l’omessa manutenzione.

Ciò non giustifica il distacco del minore rispetto al proprio habitat e, quindi, una volta che il minore abbia dovuto soffrire quel distacco e, in definitiva, non conservi più un legame ambientale con l’abitazione, non sussiste e viene meno il presupposto per l’assegnazione dell’immobile.

Se ne ricava, quale ulteriore corollario, che il coniuge assegnatario di un immobile di proprietà altrui dovrà, anziché lasciare l’immobile, promuovere tutte le azioni necessarie per far sì che il proprietario effettui le opere necessarie, essendo diritto del minore quello di conservare il proprio riferimento abitativo.

La pronuncia in esame, però, appare rilevante anche in quanto si inscrive nel solco della giurisprudenza più recente (Cass. civ., Sez. I, 19.12.2018, n. 32871), la quale riconosce l’incompatibilità ontologica fra la convivenza more uxorio e la conservazione del diritto al mantenimento, e ciò anche in sede di separazione.

A tal proposito, il Tribunale osserva che non può discorrersi di ospitalità, così come dedotto dalla controparte, in quanto una convivenza che si protrae da oltre un anno e mezzo non può dirsi temporanea e la temporaneità è proprio la caratteristica principale della ospitalità.

A chiosa di tale passaggio, si può solo aggiungere che, anche in relazione alla convivenza, non sono rilevanti i motivi per cui si lasci l’immobile che funga da casa coniugale per trasferirsi altrove, essendo decisiva la convivenza in sé, senza poter addurre che la stessa sia cominciata per cause connesse alla omessa manutenzione dell’immobile assegnato da parte del proprietario.

Puoi leggere l’articolo intero a questo link.


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DiAvv. Cristian Lomaistro

Autocertificazioni e coronavirus – ascolta l’intervista dell’avv. Cristian Lomaistro su Radio News 24

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L’avv. Cristian Lomaistro risponde ad alcune domande sull’uso delle autocertificazioni richieste per spostarsi all’interno del territorio nazionale, a seguito dell’emergenza sanitaria da Covid-19 (Coronavirus) in atto. L’intervista è stata rilasciata durante la trasmissione radiofonica “Live Social” ed è andata in onda su Redio News 24.

Alcuni dubbi sono sorti soprattutto a seguito dell’entrata in vigore del recente decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19 recante “Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19”, in fase di conversione da parte del parlamento e in vigore dal 26 marzo 2020. Tale provvedimento legislativo emergenziale si ispira a due principi: uniformità e semplificazione.

Il principio di uniformità è teso a riservare, quale regola generale, unicamente al Governo centrale (quindi, su scala nazionale) la disciplina volta a fronteggiare il contagio da COVID-19 e solo in via eccezionale a concederla al Ministro della salute (cfr. art. 2, D. L. n. 19/2020) e alle Regioni (cfr. art. 3, D. L. n. 19/2020). In quest’ultimo caso, inoltre, vi è un limite di carattere transitorio e contenutistico. Il provvedimento legislativo si è reso necessario proprio al fine di garantire una maggiore conoscibilità delle misure volte al contenimento dell’epidemia da parte dei loro destinatari.

Il principio di semplificazione, invece, ispira la previsione di un illecito amministrativo in caso di violazione delle misure di contenimento, con relativa sanzione pecuniaria ed esplicita rinuncia all’intervento penale, fatti salvi casi eccezionali. Ciò si è reso necessario anche per evitare un vero e proprio intasamento dei Tribunali a causa dell’incredibile numero di procedimenti penali per violazione dell’art. 650 c.p.

La sanzione amministrativa, in caso di violazione delle misure di contenimento e quindi anche in caso di mancanza di autocertificazione, consiste in una sanzione pecuniaria che va da un minimo di euro 400 ad un massimo di euro 3.000 (Cfr. art. 4 del D. L n. 19/2020). In caso di reiterazione (recidiva), la sanzione amministrativa è raddoppiata; se il mancato rispetto delle predette misure avviene mediante l’utilizzo di un veicolo personale, le sanzioni sono aumentate fino a un terzo. E’ ammesso il pagamento in misura ridotta e le sanzioni sono irrogate dal Prefetto.

La sanzione penale, come detto, troverà applicazione solo in casi residuali, sia per l’esplicità esclusione dell’applicazione dell’art. 650 c.p. e di “ogni altra disposizione di legge attributiva di poteri per ragioni di sanità, di cui all’articolo 3, comma 3” operata dalla norma in commento, sia per l’esplicita criminalizzazione della violazione dell’obbligo di quarantena per le persone risultate positive al virus previsto dall’art. 4, coma 6 del D. L. n. 19/2020 (arresto da 3 mesi a 18 mesi e l’ammenda da euro 500 ad euro 5.000.

A titolo esemplificativo, si possono qui richiamare quelle condotte di lesioni personali o l’evento-morte cagionati dalla diffusione del virus da parte di colui che violi le cautele imposte non sapendo di essere positivo al Covid-19. Diverso, invece, il caso di chi sa di essere positivo al virus e violi la quarantena, il quale sarà chiamato a rispondere del nuovo reato contravvenzionale introdotto dal decreto-legge e descritto al paragrafo precedente o dei più gravi reati di lesioni o omicidio volontario.

Un ultimo accenno, infine, al regime transitorio: l’art. 4, comma 8 del D. L. n. 19/2020 consente un’applicazione retroattiva delle sanzioni amministrative seppure nella misura minima ridotta alla metà (200 euro) per tutte le violazioni commesse prima della data di entrata in vigore delle nuove norme (26 marzo 2020). Ciò, al fine di mettere al riparo la nuova norma da censure di incostituzionalità derivanti dall’applicazione retroattiva di una sanzione più grave rispetto a quella prevista dalla precedente norma contravvenzionale applicabile (ammenda fino a 206 €). Da tale previsione deriva, infine, che tutti i procedimenti penali aperti presso le varie Procure della Repubblica prima della data di entrata in vigore delle nuove disposizioni dovranno essere archiviati e i relativi atti trasmessi alla Prefetture competenti per l’irrogazione delle sanzioni amministrative.

Il video della mia intervista è disponibile qui sotto. Buon ascolto!

 

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DiAvv. Cristian Lomaistro

Se l’autovelox è posto sul lato di marcia opposto a quello autorizzato, il verbale è nullo

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Se l’autovelox è collocato su un lato della careggiata, ma era autorizzato per il lato opposto, esso non è idoneo a rilevare la velocità dei veicoli che percorrono l’inverso senso di marcia. Da ciò deriva l’illegittimità del verbale col quale si contesta l’eccesso di velocità, poiché intercorre un rapporto di presupposizione – consequenzialità immediata tra l’atto autorizzato dall’A.N.A.S., e illegittimamente seguito, e il verbale di accertamento.

Lo ha stabilito la II Sezione Civile della Corte di Cassazione, nella pronuncia del 2 dicembre 2019, n. 31411.

La vicenda

Un uomo adiva il competente Giudice di Pace, interponendo opposizione avverso il verbale di contravvenzione elevato dalla Polizia Municipale, per violazione dell’art. 142 C.d.S., comma VIII. Il Giudice di Pace accoglieva l’opposizione, annullando il verbale. In appello, il Tribunale rigettava l’appello e confermava la sentenza impugnata: tale giudice aveva ritenuto illegittima l’apposizione dell’autovelox “sul lato destro” della carreggiata, anziché sul lato sinistro come invece autorizzato dall’Ente proprietario della strada. Il Comune ricorreva per la cassazione della decisione, che tuttavia veniva confermata.

Il posizionamento dell’autovelox

Il Comune lamentava, peraltro, che il Tribunale, in grado d’appello, avesse errato nel ritenere illegittimo il posizionamento dell’apparecchiatura sul lato destro anziché sul lato sinistro, ignorando che il D.L. n. 121 del 2002, art. 4 (convertito con L. n. 168 del 2002), conferisce al Prefetto la competenza di indicare le strade o i tratti di strada in cui possono essere collocati i dispositivi di controllo della velocità, e senza che sia precisato il senso di marcia. Nel caso specifico, il Prefetto aveva accordato l’installazione di due manufatti prefabbricati contenenti dispositivi fissi per la rilevazione della velocità dei veicoli in transito lungo il tratto di strada statale ricadente nel Comune ricorrente, uno sul lato sinistro e l’altro sul lato destro.

La legittimità della rilevazione della velocità per un unico senso di marcia

Il collegio di legittimità ha rigettato la doglianza, poiché l’apposizione del prefabbricato contenente uno strumento per la rilevazione della velocità dei mezzi in transito era stata consentita per entrambi i sensi di marcia tuttavia veniva compiuta per un solo senso di marcia, apponendo il prefabbricato di rilevazione in una carreggiata opposta al senso di marcia indicato nel provvedimento di autorizzazione. Il Comune, secondo i giudici, ha ritenuto di collocare un semplice prefabbricato, considerandolo (ma non era legittimato a farlo) operativo per ambedue i sensi di marcia, senza tenere conto che il prefabbricato installato, per il senso medesimo dell’autorizzazione, risultava legittimato a rilevare la velocità dei soli veicoli provenienti in quel senso di marcia e non anche, come di fatto è avvenuto, per i veicoli che provenivano dalla direzione opposta. Per gli stessi giudici di legittimità era necessario che fosse installato un ulteriore rilevatore della velocità per il contrapposto senso di marcia, corredato da ogni elemento di identificazione e segnalato in anticipo, tramite appositi cartelli, efficacemente collocati nel medesimo senso di marcia.

L’illegittimità derivata del verbale

In definitiva, secondo i giudici della Corte di Cassazione, la pronuncia resa in grado d’appello afferma, in modo corretto, che l’autovelox in questione, posto sul lato destro della careggiata, non fosse idoneo a rilevare la velocità dei veicoli che percorrevano l’inverso senso di marcia. Per l’effetto, tale circostanza determina l’illegittimità derivata dell’impugnato verbale di contestazione, intercorrendo un rapporto di presupposizione – consequenzialità immediata tra l’atto autorizzato dall’A.N.A.S., ed illegittimamente eseguito, e il verbale di accertamento annullato.

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DiAvv. Cristian Lomaistro

La registrazione tardiva sana il contratto di locazione

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Il contratto di locazione registrato tardivamente è valido ex tunc. E’ quanto chiarito dalla Terza Sezione Civile della Cassazione nella sentenza n. 18942/2019, pubblicata il 16 luglio scorso. In particolare, la sanatoria “per adempimento” è coerente con la previsione di nullità “per inadempimento” all’obbligo di registrazione.

Il caso

La pronuncia in esame trae origine da una controversia sorta nell’ambito degli enti no profit.

Nello specifico, un’associazione onlus aveva concesso in locazione ad un consorzio onlus, due immobili per l’esclusivo svolgimento di attività di assistenza sanitaria. Alla scadenza di entrambi i contratti, il conduttore non aveva riconsegnato gli immobili, anzi aveva stipulato un nuovo contratto di locazione con un’altra onlus, determinandone il subentro.

Con ricorso in Tribunale, la locatrice aveva denunciato la mancata riconsegna degli immobili, il mancato pagamento dei canoni e dell’indennità di occupazione, nonché la mancata registrazione dei due contratti. Il giudice di prime cure aveva accolto la domanda attorea, ma la decisione veniva impugnata dinanzi alla Corte territoriale, dal consorzio in via principale e dall’associazione, in via accidentale, ma entrambi i ricorsi venivano rigettati. Le parti hanno proposto ricorso per cassazione.

La decisione

Tra i motivi proposti dinanzi alla Cassazione, il ricorrente principale aveva eccepito che l’effetto di sanatoria retroattiva riconosciuto alla registrazione tardiva del contratto sarebbe in contrasto sia con la legge finanziaria 2005 che con varie pronunce della Corte Costituzionale, in quanto la violazione dell’obbligo di registrazione determina la nullità del contratto se detta registrazione è una condizione di validità dello stesso. Aveva inoltre sostenuto la nullità del contratto di locazione ad uso non abitativo ai sensi dell’art. 1, comma 346, legge n. 311 del 2004, in quanto non registrato nei termini di legge. I Giudici di Piazza Cavour hanno respinto tale censura, condividendo il principio espresso dalle Sezioni Unite (sentenza n. 23601/2017), in virtù del quale, la registrazione tardiva del contratto di locazione ad uso abitativo o ad uso diverso, contenente ab origine l’indicazione del canone pattuito, quindi privo di elementi simulatori, è consentita secondo le norme tributarie e può produrre i suoi effetti ex tunc; ciò è ammesso in quanto il riconoscimento di una sanatoria per adempimento è coerente con l’introduzione nell’ordinamento di una nullità funzionale per inadempimento all’obbligo di registrazione. Dunque tale motivo è stato ritenuto infondato.

Anche il ricorso incidentale proposto dall’associazione è stato respinto. Con riferimento alla nozione di locazione non abitativa di natura transitoria, prevista dalla legge n. 392 del 1978 art.27, la transitorietà va riferita dell’attività esercitata o da esercitare nell’immobile da parte del locatario.

Inoltre, la facoltà delle parti di stabilire stipulare un contratto di locazione per un periodo più breve rispetto a quello previsto dalla legge, è collegata al carattere transitorio dell’attività esercitate o da esercitare nell’immobile locato; dunque, la transitorietà deve trovare giustificazione non in vicende temporali, bensì nella natura dell’attività professionale o commerciale da svolgere.

Pertanto, la transitorietà, non solo deve essere espressamente concordata dalle parti, ma deve essere esplicitamente giustificata; inoltre, per non incorrere nella sanzione di nullità prevista dall’art. 79 della l. 392/78, deve essere riferita a ragioni obiettive, ovvero non solo alle esigenze del conduttore ma devono ricorrere caratteristiche oggettive di transitorietà delle attività dipendenti dalla sua essenza o dal suo collegamento con determinati eventi, ricorrenti al momento della conclusione del contratto, e non sopravvenute ex ante.

Applicando detti principi al caso di specie, la Suprema Corte ha ritenuto non vi fossero ragioni per non confermare la sentenza impugnata, che si è uniformata alla pacifica giurisprudenza di legittimità.

Pertanto, nel caso in esame, considerata la natura dell’attività esercitata, non vi erano motivi tali da giustificare una minore durata e stabilità del rapporto locativo.

La Cassazione ha concluso, rilevando l’insussistenza di presupposti per sottrarre i contratti in oggetto alla disciplina di cui all’art. 27, co.5, della L. n. 392/78, per cui ha rigettato il ricorso principale e quello incidentale, compensando tra le parti le spese di lite, in ragione della reciproca soccombenza.

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DiAvv. Cristian Lomaistro

Criteri di calcolo dell’assegno divorzile dopo le Sezioni Unite

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I criteri di quantificazione dell’assegno divorzile sono indicati dall’art. 5, sesto comma, della Legge n. 898/1970, il quale prevede che con la sentenza di divorzio il Tribunale può disporre la corresponsione di un assegno periodico in favore del coniuge che non ha mezzi adeguati o non possa procurarseli per ragioni oggettive.

Il Giudice dovrà in tal caso procedere tenendo conto dei criteri contemplati dalla norma (condizioni e reddito dei coniugi, ragioni della decisione, contributo alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio, proprio o comune), da valutare anche in rapporto alla durata del matrimonio.

La sentenza n. 18287/2018 delle Sezioni Unite ha decretato il superamento dello “storico” criterio del tenore di vita dei coniugi come parametro di determinazione dell’assegno divorzile, creando notevoli problemi interpretativi ed applicativi, soprattutto rispetto a quei procedimenti ancora pendenti in Cassazione all’epoca della pronuncia.

Con l’ordinanza n. 11178 del 23 aprile 2019 la prima sezione civile della Corte di Cassazione ha indicato quali siano i criteri e le valutazioni determinanti in materia di assegno divorzile, alla luce della recente evoluzione giurisprudenziale.

Il caso

La pronuncia trae origine dal ricorso proposto contro una sentenza della Corte d’Appello di Roma che aveva confermato la sentenza di primo grado, attributiva dell’assegno divorzile in favore della ex coniuge del ricorrente.

Quest’ultimo contestava il diritto della beneficiaria a percepire l’assegno, lamentando che la Corte si fosse limitata a comparare i redditi delle parti senza verificare se la richiedente fosse oggettivamente impossibilitata a procurarsene di propri.

Contestava inoltre l’ammontare dell’assegno, rilevando che la Corte avesse valutato unicamente la disparità reddituale esistente tra le parti, omettendo invece di applicare i criteri dettati dall’art. 5 della Legge n. 898 del 1970 in punto di quantificazione dell’assegno.   

Muovendo dalle predette censure e dal dettato del sopra richiamato articolo 5 della norma sul divorzio, la prima sezione della Corte di Cassazione ha ripercorso la posizione della giurisprudenza sul punto,  nel tentativo di chiarire i criteri di determinazione dell’assegno divorzile.

Assegno divorzile: l’evoluzione giurisprudenziale e la pronuncia delle Sezioni Unite

Per circa trent’anni il criterio guida nell’interpretazione dell’art. 5, sesto comma, della legge sul divorzio è stato quello di attribuire all’avente diritto un assegno tale da consentirgli di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio.

Tale posizione interpretativa, fortemente criticata da quella dottrina timorosa che ciò potesse creare ingiustificate rendite di posizione, è stata poi progressivamente superata dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 11504 del 2017 che ha affermato l’orientamento opposto, negando il riconoscimento dell’assegno divorzile al richiedente che fosse economicamente autosufficiente (in tal senso si veda anche la sentenza n. 23602/2017).

L’acceso dibattito dottrinale e giurisprudenziale sorto tra i due contrapposti orientamenti è culminato nel noto intervento delle Sezioni Unite, che con la recente sentenza n. 18287 dell’11 luglio 2018 hanno adottato una linea interpretativa di totale rottura rispetto al passato, sintetizzata nei punti che seguono:

a) definitivo abbandono di entrambi i criteri (tenore di vita ed autosufficienza economica del richiedente) posti alla base dei contrapposti orientamenti sopra richiamati;

b) superamento della struttura necessariamente bifasica del procedimento di determinazione dell’assegno divorzile, abbandonando così la distinzione fondata sulla natura attributiva o  determinativa dei criteri richiamati dall’art. 5, comma 6, della legge sul divorzio;

c) disconoscimento di una funzione meramente assistenziale all’assegno divorzile, a favore di una natura composita dello stesso, che alla funzione assistenziale unisce quella perequativa e compensativa;

d) pariteticità ed equiordinazione dei criteri previsti all’art. 5, sesto comma, della Legge n. 898/1970;

e) abbandono di una concezione astratta del criterio di “adeguatezza/inadeguatezza dei mezzi”, a favore di una visione concreta, relativa allo specifico contesto coniugale;

f) valutazione necessariamente complessiva dell’intera storia coniugale e prognosi futura, determinando l’assegno in base all’età e allo stato di salute dell’avente diritto, nonchè alla durata del vincolo coniugale;

g) valorizzazione del profilo perequativo – compensativo dell’assegno, accertando in maniera rigorosa il nesso causale esistente tra scelte endo-familiari e situazione del richiedente al momento di scioglimento del vincolo coniugale.

Con tale pronuncia le Sezioni Unite hanno dunque abbandonato la prospettiva individualista fatta propria dalla Corte nel 2017 (Cass. n. 11504/2017), valorizzando il principio di solidarietà post coniugale nel pieno rispetto degli artt. 2 e 29 della Costituzione.

Diretta conseguenza di tale impostazione è che, al fine di stabilire se ed eventualmente in che misura spetti l’assegno divorzile, il Giudice dovrà procedere secondo l’iter logico sopra delineato.

In primo luogo dovrà comparare, anche d’ufficio, le condizioni  economico – patrimoniali delle parti.

Qualora risulti che il richiedente è privo di mezzi adeguati o è oggettivamente impossibilitato a procurarseli, dovrà accertare rigorosamente le cause di questa sperequazione alla luce dei parametri indicati all’art. 5 sesto comma della Legge n. 898/1970.

In particolare dovrà valutare se ciò dipenda dal contributo che il richiedente ha apportato al nucleo familiare e alla creazione del patrimonio comune, sacrificando le proprie aspettative personali e professionali in relazione alla sua età e alla durata del matrimonio.

All’esito di tali valutazioni dovrà infine quantificare l’assegno divorzile, rapportandolo non (più) al pregresso tenore di vita familiare né all’autosufficienza economica del richiedente, ma assicurando all’avente diritto un livello reddituale adeguato al contributo fornito come sopra indicato. I chiarimenti della Corte di Cassazione

La pronuncia delle Sezioni Unite ha avuto un effetto dirompente sui processi in corso, incidendo non solo sull’interpretazione del quadro normativo di riferimento ma anche e soprattutto sul piano processuale di selezione delle allegazioni dei fatti rilevanti e di conseguente prova degli stessi.

Ciò è particolarmente evidente per quelle pronunce di appello relative all’attribuzione e quantificazione dell’assegno divorzile già impugnate in Cassazione, ma non ancora definite da quest’ultima all’epoca della pronuncia resa dalle Sezioni Unite.

La I sezione della Corte ha osservato infatti come l’individuazione di una nuova regola giuridica di valutazione comporti molto spesso la valorizzazione di un diverso quadro fattuale ed in particolare di quegli elementi non considerati alla luce della regola previgente perché ritenuti irrilevanti.

Conseguenza di ciò è che la Corte di Cassazione potrà pronunciarsi sull’impugnazione solo se la nuova regola interpretativa affermata dalle Sezioni Unite non abbia reso necessario l’accertamento di nuovi fatti.

In caso contrario la Suprema Corte dovrà cassare con rinvio la sentenza impugnata, con il vincolo per il giudice del rinvio di attenersi alla nuova regola di valutazione e con conseguente riconoscimento alle parti dei poteri di allegazione e probatori derivanti dalla nuova impostazione scaturita dalla pronuncia delle Sezioni Unite.

A conferma di quanto affermato la Corte ha richiamato una recentissima statuizione della giurisprudenza di legittimità che ribadisce che la riassunzione della causa dinanzi al giudice del rinvio, conseguente alla cassazione della sentenza, instaura un processo chiuso in cui è precluso presentare nuove domande, eccezioni e conclusioni, salvo che queste siano rese necessarie da statuizioni della sentenza della Corte di Cassazione (Cass. n. 5137 del 2019).

Nel caso di specie la Corte ha concluso dunque che la decisione impugnata, poiché resa in applicazione di una regola interpretativa ormai superata dalla ben nota pronuncia delle Sezioni Unite, dovesse essere cassata con rinvio ai giudici d’appello per un nuovo esame della questione.

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DiAvv. Cristian Lomaistro

Pubblicare più annunci di vendita on-line non attribuisce la qualifica di professionista

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La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in una recente pronuncia (Sezione V, sentenza 4 ottobre 2018, causa C-105/17), ha affrontato un problema particolarmente attuale dovuto anche al rapido diffondersi delle tecnologie della comunicazione. Il quesito al quale la Corte di Giustizia ha dato una risposta è se una persona fisica che pubblichi contemporaneamente una serie di annunci di vendite online, debba essere qualificato come «professionista» e se, conseguentemente, la sua attività costituisca una «pratica commerciale».

Il problema ha una certa rilevanza pratica, in quanto, in base alla direttiva 2005/29/CE dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori, il professionista è tenuto a fornire una serie di informazioni al consumatore prima che questi sia vincolato da un contratto a distanza o negoziato fuori dei locali commerciali; fra queste, vi è anche l’informazione sul diritto di recesso dal contratto.

PREMESSA

L’e-commerce costituisce ormai un fenomeno ampiamente diffuso nel mondo e in Italia, una volta superate le prime ritrosie di chi gli acquisti voleva necessariamente farli in negozio. Sono infatti svariati i colossi dell’e-commerce, che, a partire da Amazon, dominano ogni settore dei nostri interessi. Ma fino ad un certo punto il fenomeno ha interessato solo le imprese. Da qualche tempo, invece, l’e-commerce si è ulteriormente esteso, specie nel settore della moda, alle vendite tra consumatori (dette anche “C2C”, ossia da un consumatore ad un altro consumatore).

DEFINIZIONI NORMATIVE

Questa evoluzione del mercato dell’e-commerce impone alcune riflessioni giuridiche sulla concreta applicabilità delle seguenti definizioni giuridiche di “professionista” e “consumatore”, fissate a livello comunitario dall’art. 2 della Direttiva n. 29/2005 (relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori) e recepite interamente nell’art. 3 del D. Lgs. 206/2005 (c.d. “Codice del Consumo”):

  • il “professionista” è “la persona fisica o giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale, ovvero un suo intermediario”;
  • il “consumatore” è invece “la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta”.

LE QUESTIONI ERMENEUTICHE

Nel corso di anni di pratica applicativa, si sono poste varie questioni interpretative collegate a queste due semplici – e ampie – definizioni: ad esempio, possono qualificarsi come “consumatori” anche le persone giuridiche? Cosa si intende per “attività professionale”? Come deve essere valutato “lo scopo” dell’acquisto?

LA QUESTIONE POSTA ALL’ATTENZIONE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA

La Corte di Giustizia, con la sentenza in commento del 4 ottobre scorso pronunciata nel caso C-105/17, risponde ad una specifica questione ermeneutica: se una persona fisica vende su Internet un numero relativamente elevato di beni di valore significativo, tale persona acquisisce per tale ragione la qualità di “professionista”?

IL CASO CONCRETO

La questione posta all’attenzione della Corte sorge a partire da una vendita online C2C realizzata in Bulgaria ed effettuata da un venditore che aveva pubblicato sulla piattaforma online in questione 8 annunci, e conclusasi con la lamentela di un compratore insoddisfatto, il quale voleva ottenere il rimborso del prodotto acquistato, in quanto ritenuto non conforme alla descrizione formulata online dal venditore.

LE IMPLICAZIONI PRATICHE

Si tratta di una questione la cui risoluzione porta con sé innumerevoli implicazioni pratiche, se pensiamo alla notevole quantità di oneri, in primis – ma non solo – informativi, che ricadono in capo ad un “professionista”, in base alla normativa in materia di vendite online ai sensi della Direttiva n. 83/2011, anch’essa trasfusa nel Codice del Consumo (ad esempio, prima che il consumatore sia vincolato da un contratto a distanza, il professionista dovrà ad esempio fornire informazioni in merito alla propria identità, ai dettagli su prezzo, alle modalità di consegna e pagamento, alle caratteristiche del bene, al diritto di recesso in capo al consumatore, allagaranzia legale di conformità). Più in generale, in capo al professionista vige un obbligo di diligenza professionale, la cui violazione può concretizzarsi in diverse tipologie di pratiche commerciali scorrette ai sensi della Direttiva n. 29/2005 e degli artt. 18 e ss. del Codice del Consumo.

IL PRINCIPIO

Il principio generale enunciato dalla Corte di Giustizia può essere riassunto in questa affermazione:“ Il semplice fatto che la vendita persegua scopi di lucro o che una persona pubblichi, contemporaneamente, su una piattaforma online un certo numero di annunci per la vendita di beni nuovi e d’occasione, non è sufficiente, di per sé solo, a qualificare tale persona come «professionista» […]”. E se manca la qualificazione di professionista non può esserci una “pratica commerciale”, che, per l’appunto, deve essere posta in essere da un professionista.

L’APPLICAZIONE CONCRETA DEL PRINCIPIO

Il principio, tuttavia, necessita naturalmente di una valutazione concreta che dovrà essere condotta, caso per caso, dal giudice di merito, considerando, a titolo esemplificativo, i seguenti parametri:

  • se il venditore disponga di una partiva IVA e/o di informazioni e competenza tecniche relative ai prodotti offerti in vendita delle quali il consumatore non dispone, creandosi dunque una situazione di asimmetria informativa (essendo quest’ultima la ratio principale che giustifica gli oneri informativi in capo al professionista);
  • se il venditore acquisti beni al fine di rivenderli, conferendo così a tale attività carattere di regolarità;
  • se i prodotti in vendita siano tutti del medesimo tipo o dello stesso valore.

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Il subentro nelle locazioni va sempre comunicato al locatore. Il caso della separazione

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Qualora si realizzi un subentro in un contratto di locazione, l’art. 6 della legge n. 392/1978 precisa che, in caso di separazione giudiziale, nel contratto di locazione succede al conduttore l’altro coniuge, se tra i due si sia così convenuto.

Si tratta di un fenomeno di successione nel contratto ex latere conductoris

A questo punto, occorre chiedersi se il nuovo conduttore sia tenuto a dare notizia al locatore dell’avvenuta successione nel contratto.

Alla domanda risponde la Corte di Cassazione, Sezione Terza, con la sentenza 30 ottobre 2018, n. 27441.

La Suprema Corte ha infatti affermato il principio secondo cui il locatore ha il diritto di conoscere il nuovo soggetto divenuto titolare di diritti e obblighi derivanti dal rapporto di locazione.

Nella fattispecie, il contratto di locazione era stato stipulato tra un ente locatore e un conduttore che, poi, conveniva ad una separazione consensuale. Nell’omologa di separazione, l’immobile veniva assegnato alla moglie, che subentrava nel contratto di locazione in questione. L’Ente locatore indirizzava le diffide di pagamento dei canoni scaduti all’ex conduttore con cui, però, il rapporto locatizio doveva dichiararsi estinto. Infatti, secondo la Corte d’Appello di Venezia ne conseguiva l’inefficacia interruttiva della richiesta di pagamento relativamente alla prescrizione quinquennale, poiché destinata al marito non più assegnatario dell’immobile. Dovevano invece considerarsi salvi dalla prescrizione i canoni maturati nel quinquennio anteriore all’atto interruttivo ex art. 2948 n. 3 c.c.

Per tale ragione il Giudice di seconde cure riformava parzialmente la sentenza di primo grado.

L’Ente locatore proponeva ricorso per Cassazione avverso la sentenza di appello ritenendo che la nuova conduttrice fosse tenuta a dargli comunicazione della modificazione soggettiva del rapporto locatizio, onde evitare la configurazione della violazione dei principi di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. e dell’abuso del diritto. A fronte di ciò, il locatore ha considerato errato affermare che le diffide di pagamento inviate al marito (ex conduttore) non fossero anche efficaci nei confronti della moglie (attuale conduttrice), attesa la propria estraneità al fenomeno successorio avvenuto ex lege e, quindi, la materiale impossibilità ad indirizzarle all’esatto soggetto obbligato.

Tale motivo di impugnazione è stato accolto dalla Suprema Corte, poiché l’automatismo successorio di cui all’art. 6 L. n. 392/78, se da un lato non comporta l’adesione da parte del locatore, dall’altro non implica che il cambiamento di uno dei titolari del rapporto di locazione debba operare e svolgere i propri effetti nell’ignoranza dell’altro. Ciò è corroborato dalla consolidata giurisprudenza di legittimità che, sul punto, ritiene ragionevole rappresentarsi, figurativamente, una sorta di riconsegna del bene al locatore che, a sua volta, lo consegna al nuovo conduttore. Pertanto, la Corte ha ritenuto giustificate le richieste di pagamento dei canoni al vecchio conduttore, attesa la mancata conoscenza della successione da parte dell’Ente locatore. Decidendo di non comunicare al locatore l’avvenuta successione, la nuova conduttrice ha accettato che le pretese continuassero ad essere esercitate nei confronti del marito (ex conduttore) e spiegassero effetti anche nei suoi riguardi. Effetti che trovano giustificazione nella regola di cui all’art. 1375 c.c.

Alla luce delle considerazioni svolte, la Suprema Corte ha cassato la sentenza con rinvio alla Corte d’Appello di Venezia, in diversa composizione, al fine di conformare la decisione assunta ai principi di diritto sanciti nella sentenza in oggetto.

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DiAvv. Cristian Lomaistro

Patto di prova e illegittimità del recesso del datore di lavoro: quali le conseguenze?

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PREMESSA

Il momento genetico di un rapporto di lavoro è generalmente caratterizzato da un periodo di prova, che consente ad entrambi i contraenti di operare le proprie valutazioni in ordine alle posizioni contrattuali che si andranno ad assumere. A tal fine, la legge, nell’interesse delle parti (Cass. 22 marzo 2000, n. 3451, Cass. 13 settembre 2003, n. 13498), prevede la possibilità di apporre al contratto un patto di prova (disciplinato dall’art. 2096 c.c.) attraverso cui le stesse – al momento della stipulazione del contratto di lavoro – concordano, con un apposito patto accessorio, un periodo di prova che ha lo scopo di permettere ai contraenti di valutare la convenienza del rapporto di lavoro (Cass. 22 marzo 2000, n. 3451, cit.; Cass., 7 dicembre 1998, n. 12379).

Il patto di prova deve essere siglato in occasione della stipulazione del contratto di lavoro e, in ogni caso, prima che abbia inizio l’esecuzione dello stesso (Cass. 3 giugno 2002, n. 8038), con conseguente illegittimità del licenziamento intimato sulla base di un patto di prova posto in epoca successiva all’inizio della prestazione lavorativa (Trib. Milano, 25 giugno 2005).

Ma cosa accade quando il patto di prova giunge a scadenza?

INQUADRAMENTO

Al termine del periodo di prova entrambe le parti sono libere, alternativamente, di recedere dal contratto oppure di proseguirne l’esecuzione.

Nel caso di recesso, non vi è obbligo di motivazione (Cass., 17 novembre 2010, n. 23224; Cass., 12 marzo 1999, n. 2228), né obbligo di dare il preavviso o di pagare la relativa indennità sostitutiva.

Se, però, le parti hanno stabilito una durata minima garantita del periodo di prova al fine di consentire l’effettività dell’esperimento (con la previsione, ad esempio, di un obbligo risarcitorio in capo al lavoratore che si dimetta anticipatamente: Cass., 19 agosto 2009, n. 18376), il recesso può avvenire solo dopo la scadenza del termine concordato. Il recesso può essere intimato al lavoratore in prova anche oralmente, dal momento che l’obbligo di comunicazione scritta del licenziamento (unitamente ai motivi che lo sorreggono) sorge in capo al datore di lavoro solo dopo che l’assunzione del lavoratore diviene definitiva e, in ogni caso, decorsi 6 mesi (durata massima del periodo di prova) dall’inizio della prestazione lavorativa oggetto della prova (Corte Cost., 4 dicembre 2000, n. 541).

LIMITI DEL RECESSO

Se è vero che il rapporto di lavoro subordinato costituito col patto di prova è caratterizzato dal potere di recesso del datore di lavoro, il quale – durante il periodo di prova – lo può esercitare senza obbligo di fornire al lavoratore alcuna motivazione, è altresì vero che detta discrezionalità non è assoluta e incontra dei limiti elaborati dalla giurisprudenza.

Il recesso è, infatti, ritenuto illegittimo qualora:

  •  la prova non sia stata effettivamente consentita: detta ipotesi ricorre, ad esempio, quando il lavoratore dimostra che non sia intercorso un lasso temporale sufficiente a consentire al datore di lavoro la valutazione delle capacità di svolgere la prestazione assegnata da parte del lavoratore (Trib. Milano, 4 giugno 2007; Cass., 6 giugno 1987, n. 479); quando quest’ultimo non sia stato posto nelle condizioni di sostenere la prova, per omessa concreta attribuzione delle mansioni (Cass., 8 febbraio 2000, n. 1387) o qualora la prova abbia avuto ad oggetto mansioni diverse da quelle previste all’atto dell’assunzione, siano esse inferiori o superiori (Cass., 12 dicembre 2005, n. 27310);
  •  la prova sia stata positivamente superata dal lavoratore: ciò si verifica, ad esempio, nel caso in cui il datore di lavoro abbia – prima del recesso – comunicato all’interessato il superamento della prova o ricorrano altri elementi attestanti il suddetto superamento; peraltro, occorre ricordare (come sopra detto) che la valutazione del datore di lavoro non ha ad oggetto esclusivamente e necessariamente la capacità professionale del lavoratore, ben potendo riguardare il comportamento complessivo dello stesso, desumibile dal rispetto – ad opera di quest’ultimo – dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione della prestazione lavorativa e dal modo in cui la sua personalità si manifesta (Cass., 21 luglio 2001, n. 9948; Trib. Milano, 7 marzo 2012, n. 1261);
  •  il licenziamento sia riconducibile ad un motivo illecito (quale, ad esempio, una ragione discriminatoria) o estraneo al rapporto di lavoro (si pensi, ad esempio, all’ipotesi dell’invalidità del lavoratore che determina il datore di lavoro a recedere dal rapporto).
  •  L’onere di dimostrare l’esistenza di una delle summenzionate situazioni, ai fini dell’annullamento del recesso per sua illegittimità, grava sul lavoratore (Corte Cost., 22 dicembre 1980, n. 189; Cass., 12 marzo 1999, n. 2228). Laddove il licenziamento del lavoratore in prova si fondi su un motivo non illecito, ma tuttavia estraneo all’esperimento lavorativo, il giudice deve operare una valutazione sulla sua giustificatezza, al fine di accertare l’idoneità o meno del recesso a porre termine alla prova e a risolvere il rapporto (Cass., 17 febbraio 2000, n. 1762; Cass., 17 ottobre 1998, n. 10305; Cass., 17 gennaio 1998, n. 402).

La giurisprudenza di legittimità ha inoltre chiarito che, ai fini della validità ed efficacia del licenziamento intimato durante il periodo di prova, non è richiesto per legge l’atto scritto (cfr., da ultimo, Cass., 12 dicembre 2017, n. 29753 e le pronunce ivi richiamate).

CONSEGUENZE DELL’ILLEGITTIMITA’ DEL RECESSO

Quanto, da ultimo, alle conseguenze dell’illegittimità del recesso, le soluzioni prospettate dalla giurisprudenza di merito e di legittimità sono diverse. Al riguardo, si è affermato che:

  •  l’illegittimità del recesso non comporta l’applicazione della normativa sui licenziamenti, ma unicamente la prosecuzione del periodo di prova non ancora decorso (Cass., 21 giugno 1985, n. 2333), con il solo diritto – in capo al lavoratore – di ottenere il pagamento della retribuzione per il periodo residuo (Cass., 18 novembre 1995, n. 11934);
  •  al prestatore di lavoro spetta il solo risarcimento dei danni per responsabilità contrattuale del datore, non essendo applicabile al lavoratore in prova il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro (Cass., 22 ottobre 1987, n. 7821);
  •  al lavoratore licenziato durante il periodo di prova spetta la tutela reale (o obbligatoria, a seconda dei requisiti occupazionali del datore di lavoro nonché delle cause del recesso) allorquando lo stesso dimostri che il recesso non è avvenuto per mancato superamento della prova bensì per altri motivi (illeciti o comunque estranei alla prova: App. Venezia, 3 febbraio 2011; Trib. Barcellona P.G., 20 novembre 2007).

Più di recente, riconsiderando le conseguenze derivanti non dal difetto genetico del patto di prova, bensì dal vizio funzionale, rappresentato, nel caso esaminato, dalla non coincidenza delle mansioni espletate in concreto rispetto a quelle indicate nel patto de quo, la Suprema Corte ha riaffermato la distinzione tra licenziamento per illegittima apposizione del patto di prova al contratto di lavoro e recesso intimato in regime di lavoro in prova pur in presenza di una legittima clausola recante il patto: nel primo caso, c’è la “conversione” (in senso atecnico) del rapporto in prova in rapporto ordinario e trova applicazione, ricorrendo gli altri requisiti, il regime ordinario del licenziamento individuale; nel secondo caso, e solo in questo, c’è lo speciale regime del recesso in periodo di prova, frutto di elaborazione giurisprudenziale, che per più versi si discosta dalla disciplina ordinaria del licenziamento individuale. In particolare, si è affermato che, in applicazione dei principi civilistici di diritto comune, nel caso di accertamento giudiziale dell’illegittimità del recesso intimato dal datore di lavoro al lavoratore durante lo svolgimento del periodo di prova, la tutela del lavoratore si compendia nella mera prosecuzione – ove possibile – della prova per il periodo di tempo mancante al termine prefissato, oppure nel risarcimento del danno (Cass., 3 dicembre 2018, n. 31159).

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DiAvv. Cristian Lomaistro

Pagamenti solutori e prescrizione dell’indebito bancario

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La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27704 del 30 ottobre 2018, ha precisato che il termine prescrizionale decennale del diritto del cliente ad ottenere, dall’istituto di credito, la ripetizione dell’indebito, scatta se i pagamenti effettuati dal correntista hanno carattere solutorio; inoltre, grava su quest’ultimo l’onere di dimostrare il carattere ripristinatorio dei suddetti versamenti.

Conto corrente e prescrizione dell’azione di ripetizione dell’indebito corrisposto alla banca: scatta se i pagamenti del correntista hanno carattere solutorio.

La Cassazione ha condiviso le argomentazioni della sentenza impugnata, in particolare laddove, esaminando il caso in esame, la Corte territoriale ha ritenuto la prescrizione decorrente non dalla chiusura del conto, ma dai singoli versamenti, in assenza di un’apertura di credito.

In effetti, i giudici di merito si sono uniformati all’indirizzo della giurisprudenza di legittimità, secondo la quale le rimesse sul conto corrente dell’imprenditore sono “ripristinatorie” quando il conto al momento della rimessa risulti “scoperto”; pertanto, occorre fare riferimento al criterio del “saldo disponibile” del conto per accertare se una rimessa del correntista sia destinata al pagamento di un proprio debito verso la banca ed abbia quindi funzione solutoria, o sia finalizzata solo a ripristinare la provvista sul conto.

Orbene, la Suprema Corte ha chiarito che, per accertare la decorrenza del termine prescrizionale dell’azione di ripetizione, occorre verificare se, in pendenza di un contratto di apertura di credito e prima della chiusura del conto, il correntista abbia effettuato dei versamenti, atteso che la decorrenza della prescrizione dalla data del pagamento è condizionata al carattere solutorio, e non meramente ripristinatorio, dei versamenti.

Inoltre, se i versamenti sono stati eseguiti su un conto in passivo cui non accede alcuna apertura di credito a favore del correntista, o quando i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’accreditamento, allora si dovrà ritenere che quei versamenti integrino la nozione di “pagamento”; il contrario, quando i versamenti in conto, non avendo il passivo superato il limite dell’affidamento concesso al cliente, consistano in meri atti ripristinatori della provvista, pur sempre nella disponibilità del cliente.

In relazione all’onere della prova, la Cassazione ha rilevato che grava sul cliente, che agisce ex art. 2033 c.c., per la ripetizione dell’indebito corrisposto alla banca nel corso del rapporto di conto corrente, l’ onere di provare i fatti costitutivi della sua pretesa.

Se, d’altra parte, l’istituto di credito eccepisce la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito per decorso del termine decennale dalle annotazioni passive in conto, quale fatto estintivo, spetta al cliente dimostrare l’esistenza del fatto modificativo, consistente nell’esistenza di un contratto di apertura di credito, che qualifichi quei versamenti come mero ripristino della disponibilità accordata, collegando l’inizio del decorso della prescrizione alla chiusura del conto.

In conclusione, la decorrenza della prescrizione dalla data del pagamento è condizionata al carattere solutorio dei versamenti, e non ripristinatorio, essa sussiste sempre in mancanza di un’apertura di credito; pertanto, eccepita dalla banca la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito per decorso del termine decennale dal pagamento, il cliente deve provare l’esistenza di un contratto di apertura di credito, che qualifichi quel pagamento come mero ripristino della disponibilità accordata.

Per tali motivi, la Cassazione ha ritenuto infondata la censura proposta in diritto e ha rigettato il ricorso.

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DiAvv. Cristian Lomaistro

Buste paga gonfiate e lavoro nero possono configurare estorsione e autoriciclaggio

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La Corte di Cassazione, Seconda Sezione Penale, con la sentenza 7 giugno 2018, n. 25979, ha riconosciuto sussistenti i reati di estorsione (art. 629 cod. pen.) e autoriciclaggio (art. 648 ter cod. pen.) nella condotta del datore di lavoro che finga di retribuire di più alcuni lavoratori per pagare in nero gli altri.

Il caso vedeva un amministratore unico e uno delegato di una s.r.l. a cui venivano contestati appunto i delitti di estorsione e autoriciclaggio,i quali, tramite minaccia di licenziamento o di non assunzione, costringevano i lavoratori ad accettare stipendi più bassi rispetto a quelli indicati nelle buste paga, nonché orari disumani. Con tale risparmio di denaro i due imputati pagavano provvigioni o altri benefit aziendali in nero a favore dei venditori della società, così reimmettendo il denaro illecito nel circuito aziendale.

Come più volte confermato dalla giurisprudenza di legittimità, integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato del lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringe i dipendenti, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, in particolare consentendo a sottoscrivere buste paga attestanti il pagamento di somme maggiori rispetto a quelle effettivamente versate (Cass. pen., Sez. II, 14 febbraio 2017, n. 11107).

In merito al reato di autoriciclaggio, l’art. 648-ter, comma 1, c.p., punisce le attività di impiego, sostituzione o trasferimento di beni od altre utilità commesso dallo stesso autore del delitto presupposto che abbiano la caratteristica specifica di essere idonee ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

E’ necessario, affinché si possa configurare il delitto, che la condotta sia dotata di particolare capacità dissimulatoria, ovvero sia idonea a provare che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto attuare un impiego finalizzato ad occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto, sicché rilevano penalmente tutte le condotte di sostituzione che avvengano attraverso la reimmissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita, finalizzate a conseguire un concreto effetto dissimulatorio che sostanzia il quid pluris che differenzia la condotta di godimento personale, insuscettibile di sanzione, dall’occultamento del profitto illecito, penalmente rilevante.

Nella specie ricorrono anche gli elementi di siffatto reato: infatti, il rastrellamento di liquidità attraverso la condotte estorsive enucleate e, in particolare, per effetto della mancata corresponsione degli anticipi solo formalmente versati in contanti, delle quattordicesime mensilità, del corrispettivo dei permessi non goduti e il successivo utilizzo per pagare provvigioni o altri benefit aziendali in nero in favore di venditori della società integra una condotta di reimmissione dei fondi illeciti nel circuito aziendale, concretamente ed efficacemente elusiva dell’identificazione della provenienza illecita della provvista.

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