Archivio Categorie Responsabilità civile

DiAvv. Cristian Lomaistro

Responsabilità del privato per la custodia di un bene aperto al pubblico

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L’obbligo di custodia, previsto dall’art. 2051 c.c., grava al pari degli enti pubblici anche sui soggetti privati. Presupposto di questo obbligo sociale di custodia è che il soggetto privato abbia un effettivo dominio sul bene e che l’area sotto il suo controllo sia aperta a un numero indistinto di persone che a vario titolo vi possono legittimamente accedere.

Così, può essere condannato il proprietario di una villa per i danni subiti da una persona, sua ospite, che si sia procurata un danno all’interno della proprietà cadendo da una scala per la rottura di un gradino usurato (Cassazione, sentenza 19870/2014).

Allo stesso modo, il condominio è responsabile per gli incidenti che avvengono nelle aree comuni, se queste sono state lasciate in condizioni di degrado, costituendo così un’insidia inavvertibile per i condomini o per altre persone.

L’onere che grava sul danneggiato

Più in generale, per verificare l’esistenza della responsabilità prevista dall’articolo 2051 del Codice civile per le cose in custodia, il danneggiato che agisce in giudizio deve offrire la prova del nesso causale fra la cosa in custodia e l’evento lesivo, nonché dell’esistenza del rapporto di custodia. Il privato convenuto deve a sua volta dimostrare l’esistenza di un fattore estraneo alla propria condotta e idoneo a interrompere il nesso di causalità (il caso fortuito), in presenza del quale si esclude la responsabilità del custode.

Dalla buca al pavimento scivoloso

La ripartizione dell’onere della prova è stata precisata, tra le altre, dalla sentenza n. 25483/2016 della Cassazione, che ha riconosciuto la responsabilità del condominio per i danni subiti da una donna caduta sul mattonato del viale di acceso allo stabile reso scivoloso da una patina di muschio, causata da incuria e omessa manutenzione.

Sovente la causa delle cadute che danneggiano i visitatori sono le buche presenti nel terreno, ma non avvistabili con la normale diligenza. Si tratta di un fenomeno che non investe solo le strade. Può infatti accadere in un’area di parcheggio, con conseguente condanna del proprietario dell’area privata al risarcimento del danno (Tribunale di Roma, sentenza 19065/2017); oppure la buca insidiosa può trovarsi sulla pavimentazione interna di un circolo ricreativo (Tribunale di Bologna, sentenza 21479/2015).

Ancora, la caduta può avvenire all’interno di un supermercato, a causa di una pavimentazione resa scivolosa da alcuni acini d’uva caduti a terra e non asciugati tempestivamente dagli addetti per evitare che possano rappresentare un’insidia per la clientela (Cassazione, ordinanza n. 12027/2017).

Molto frequenti sono poi le cadute in luoghi affollati come le palestre o le piscine. In questi casi, però, spesso, la presenza di superfici calpestabili scivolose è prevedibile da parte dei frequentatori, al punto che spesso l’insidia non è ritenuta imprevedibile e quindi inevitabile.

Così, la Cassazione, con l’ordinanza n. 15718/2016, ha affermato la responsabilità dell’evento dannoso in capo al solo danneggiato il quale, senza porre la dovuta attenzione nel camminare, era inciampato in prossimità del locale piscina su un tappeto bagnato così tenendo un comportamento imprudente e disattento, idoneo a interrompere il nesso di causalità tra la cosa custodita e il danno.

Puoi leggere l’articolo intero a questo link.


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DiAvv. Cristian Lomaistro

Niente danno da nascita indesiderata se il partner mente sulla propria fertilità

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Non va riconosciuto il diritto al risarcimento del danno da nascita indesiderata, anche se il partner ha mentito circa la propria infertilità.

E’ quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, sez. III Civile, con la sentenza 05 maggio 2017, n. 10906.

Nel caso di specie oggetto di esame da parte dei giudici di legittimità, il ricorrente ha impugnato in Cassazione la sentenza con cui era stata respinta la  propria domanda risarcitoria, relativamente ai danni che gli sarebbero derivati a seguito della nascita indesiderata di un figlio, concepito poiché la partner gli avrebbe mentito intenzionalmente sulla propria condizione di fertilità.

In particolare, il ricorrente ha precisato che, prima del rapporto sessuale con la controparte, durante il quale è stato concepito il loro figlio, la donna gli aveva detto di essere in quel momento infertile; da ciò sarebbe derivato il mancato utilizzo di alcuna precauzione da parte dell’uomo. Pertanto, quest’ultimo asseriva che l’inganno sarebbe stato tale da configurare una “vera e propria truffa“.

In realtà, il ricorrente, lamentando la violazione della norma di cui all’ art. 2 Cost. e del canone di correttezza di cui all’ art. 1175 c.c., ha poi ricondotto il thema decidendum della vicenda all’illecito civile, ovviamente aquiliano.

I richiami giurisprudenziali da questi citati, tuttavia, pur mettendo in relazione l’art. 1175 c.c. con l’art. 2 Cost., in quanto espressione primaria del diritto a ricevere solidarietà e del correlativo obbligo a fornire solidarietà, fa riferimento ad altre fattispecie contrattuali. In effetti, pur mettendo in relazione i suddetti articoli, la Suprema Corte ha rilevato che non è possibile far rientrare la fattispecie in esame nell’ambito dell’esercizio del diritto (nonché dell’adempimento del corrispondente obbligo) di solidarietà. Inoltre, non appare pertinente il riferimento, proposto dal ricorrente, alla L. n. 194 del 1978, art. 1, comma 1 (legge sull’interruzione volontaria della gravidanza) poichè in esso è sì garantito “il diritto alla procreazione cosciente e responsabile“, ma tuttavia come diritto pubblico, tutelato dallo Stato, e non come un obbligo del partner.

Orbene, la Cassazione ha rilevato che non è possibile operare una assimilazione tra un rapporto sessuale avvenuto tra due persone consenzienti ed un rapporto contrattuale, per cui non è ravvisabile l’obbligo di ciascun partner  di rendere edotto l’altro circa il proprio stato di fertilità o meno. Tale informazione rientra infatti nel diritto alla riservatezza della persona, tutelato dal nostro ordinamento.

Dunque, se un soggetto fornisce alla persona con cui intende compiere un atto sessuale completo, un’informazione non veritiera circa il suo attuale stato di fertilità o infertilità, da ciò non può derivare alcunché in termini risarcitori, in forza di quanto disposto dall’art. 1227 cpv. c.c.  e dell’art. 2056 c.c., comma 1;  sulla base delle suddette disposizioni, infatti, un persona che è in grado di svolgere un atto sessuale completo non può ignorare l’esistenza di mezzi contraccettivi, il cui reperimento ed utilizzo sono riconducibili alla “ordinaria diligenza” per chi, appunto, in quella determinata situazione intende esclusivamente dare soddisfazione ad un proprio desiderio sessuale senza voler procreare.

Alla luce delle argomentazioni esposte sopra, la Cassazione ha accolto l’orientamento fatto proprio dalla Corte di merito, ovvero che l’attuale ricorrente, “in quanto portatore di un così forte e intenso desiderio di non procreare, avrebbe dovuto adottare sicure misure precauzionali”, per cui , non avendolo fatto, egli stesso ha “assunto il rischio delle conseguenze dell’azione”.

In conclusione, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso, con conseguente condanna del ricorrente alla rifusione a favore della controparte delle spese processuali, come stabilito nel dispositivo.


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