Delitti contro la famiglia

Violazione obblighi assistenza familiare|Maltrattamenti in famiglia - Avvocato penalista Altamura

La disciplina penale dei delitti contro la famiglia è contenuta nel titolo XI del libro II del codice penale, il quale si divide in quattro capi, così articolati:

Capo I – Dei delitti contro il matrimonio (artt. 556 – 558 c.p.);

Capo II – Dei delitti contro la morale familiare (artt. 564 – 565 c.p.);

Capo III – Dei delitti contro lo stato di famiglia (artt. 566 – 569 c.p.);

Capo IV – Dei delitti contro l’assistenza familiare (artt. 570 – 574ter c.p.).

Tali disposizioni tutelano i principi costituzionali del matrimonio monogamico e dell’uguaglianza tra coniugi.

Nei delitti contro il matrimonio rientrano le fattispecie di bigamia (art. 556 c.p.) e di induzione al matrimonio mediante inganno (art. 558 c.p.).

Fra i reati contro la morale familiare, invece, vi sono quelli di incesto (art. 564 c.p.) e di attentati alla morale familiare commessi col mezzo della stampa periodica (art. 565 c.p.).

Il capo III, nel tutelare lo stato di filiazione, cioè la corrispondenza del rapporto effettivamente esistente tra genitori e figlio con quello documentato dai registri dello stato civile, sanziona chiunque fa figurare in tali registri una nascita inesistente (Supposizione o soppressione di stato, art. 566 c.p.), sostituisce un neonato per alterarne lo stato civile (alterazione di stato, art. 567 c.p.), oppure occulta lo stato di un figlio (occultamento di stato di un figlio, art. 568 c.p.). La condanna per taluno di tali delitti precedentemente indicati comporta l’applicazione della pena accessoria della decadenza dalla responsabilità genitoriale, anche se, a seguito di alcune pronunce della Corte Costituzionale, tale decadenza non è più automatica in alcuni casi di alterazione di stato e supposizione o soppressione di stato, ma è subordinato alla valutazione da parte del giudice dell’interesse del minore nel caso concreto.

Infine, il capo IV contiene la disciplina dei reati contro l’assistenza familiare che ricorrono più frequentemente nell’esperienza giudiziaria. L’art. 570 c.p. (violazione degli obblighi di assistenza familiare) punisce con la reclusione fino ad un anno o con la multa da euro 103 a euro 1032 chiunque si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge, abbandonando il domicilio domestico o ponendo in essere una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie. La pena detentiva e quella pecuniaria si applicano congiuntamente per chi malversa o dilapida i beni del figlio minore o del pupillo o del coniuge, ovvero fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa. Il reato è punibile a querela della persona offesa, tranne che nei casi di malversazione dei beni del figlio o del coniuge o di mancata assistenza verso il figlio minore. L’art. 574-ter c.p., poi, introdotto dal Decreto Legislativo 19 gennaio 2017, n. 6, estende l’applicabilità di tale disposizione anche alle unioni civili fra persone dello stesso sesso, operando una equiparazione fra matrimonio ed unione civile agli effetti della legge penale.

L’art. 571 c.p. sanziona l’abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, prevedendo pene detentive via via più gravi, a seconda delle conseguenze dannose o pericolose che derivano dalla condotta dell’agente: la reclusione fino a sei mesi, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente; si applicano le pene previste per le lesioni volontarie e relative circostanze aggravanti, ridotte di un terzo, se dalla condotta dell’agente deriva una lesione personale; se ne deriva la morte, si applica la reclusione da tre a otto anni.

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Art. 558
Induzione al matrimonio mediante inganno

Chiunque, nel contrarre matrimonio avente effetti civili, con mezzi fraudolenti occulta all’altro coniuge l’esistenza di un impedimento che non sia quello derivante da un precedente matrimonio è punito, se il matrimonio è annullato a causa dell’impedimento occultato, con la reclusione fino a un anno ovvero con la multa da euro 206 a euro 1.032.

Art. 564
Incesto

Chiunque, in modo che ne derivi pubblico scandalo, commette incesto con un discendente o un ascendente, o con un affine in linea retta, ovvero con una sorella o un fratello, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
La pena è della reclusione da due a otto anni nel caso di relazione incestuosa.
Nei casi preveduti dalle disposizioni precedenti, se l’incesto è commesso da persona maggiore di età con persona minore degli anni diciotto, la pena è aumentata per la persona maggiorenne.
La condanna pronunciata contro il genitore importa la decadenza dalla responsabilità genitoriale.

Art. 565
Attentati alla morale familiare commessi col mezzo della stampa periodica

Chiunque nella cronaca dei giornali o di altri scritti periodici, nei disegni che ad essa si riferiscono, ovvero nelle inserzioni fatte a scopo di pubblicità sugli stessi giornali o scritti, espone o mette in rilievo circostanze tali da offendere la morale familiare, è punito con la multa da euro 103 a euro 516.

Art. 566
Supposizione o soppressione di stato

Chiunque fa figurare nei registri dello stato civile una nascita inesistente è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi, mediante l’occultamento di un neonato, ne sopprime lo stato civile.

Art. 567
Alterazione di stato

Chiunque, mediante la sostituzione di un neonato, ne altera lo stato civile è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
Si applica la reclusione da cinque a quindici anni a chiunque, nella formazione di un atto di nascita, altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità. (1)

(1) La Corte costituzionale, con sentenza 21 settembre-10 novembre 2016, n. 236 (Gazz. Uff. 16 novembre 2016, n. 46 – Prima serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del presente comma, nella parte in cui prevede la pena edittale della reclusione da un minimo di cinque a un massimo di quindici anni, anziché la pena edittale della reclusione da un minimo di tre a un massimo di dieci anni.

Art. 568

Occultamento di stato di un figlio

Chiunque depone o presenta un fanciullo, già iscritto nei registri dello stato civile come figlio nato nel matrimonio o riconosciuto, in un ospizio di trovatelli o in un altro luogo di beneficenza, occultandone lo stato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Ai sensi dell’art. 572 c.p., rubricato “Maltrattamenti contro familiari e conviventi”, è punito con la reclusione da due a sei anni chiunque, fuori dei casi di abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte. Se poi dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni. In forza di quanto disposto dall’art. 157 c.p., inoltre, i termini di prescrizione per tale delitto sono raddoppiati.

Presupposto del delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi è che tra il soggetto passivo ed il soggetto attivo sussista un rapporto di familiarità o un rapporto “disciplinare”.

Secondo la giurisprudenza e la dottrina dominante tale fatto è costituito da una condotta abituale che si estrinseca con più atti, delittuosi o meno, realizzati in momenti successivi con la consapevolezza di ledere l’integrità fisica e il patrimonio morale del soggetto passivo, così da sottoporlo ad un regime di vita dolorosamente vessatorio. Il delitto non è, dunque, integrato soltanto dalle percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni e umiliazioni imposte dalla vittima, ma anche dagli atti di disprezzo e di offesa alla sua dignità, che si risolvano in vere e proprie sofferenze morali (in tal senso, Cass., 6 novembre 2013, n. 44700).

Invece, gli sporadici litigi o gli episodi di violenza o prevaricazione morale, del tutto occasionali, non costituiscono un’abituale azione vessatoria, integrante il reato in questione.

Al delitto di maltrattamenti viene ricondotta la c.d. violenza assistita dei minori, che viene posta in essere mediante atti di violenza fisica, psicologica, verbale o sessuale, consumati all’interno della famiglia in danno di persone di riferimento o altre figure affettivamente significative, siano esse adulte o minori. La violenza subita dal minore può essere diretta, quando tali atti avvengono nel suo campo percettivo, o indiretta, quando il minorenne ne è a conoscenza e/o ne percepisce gli effetti. La Suprema Corte, avallando quanto statuito dai giudici di merito, ha ritenuto che costituisce maltrattamento verso i minori, integrante la condotta di cui all’art. 572 c.p., sottoporre gli stessi ad un clima familiare violento. A tal fine, è inoltre necessario che gli atti vessatori si ripetano nel tempo, restando collegati da un nesso di abitualità e da un’unica intenzione criminosa ed in maniera tale da ledere l’integrità fisica o il patrimonio morale del soggetto passivo (Cassazione penale, sezione V, n. 2318/2010). Sulla base di tali premesse, infine, i giudici di legittimità, in un’altra decisione, hanno escluso che l’occasionalità dei maltrattamenti verso la moglie da parte del marito possa integrare il reato di cui all’art. 572 c.p., specialmente se sui minori non vi è stata alcuna ripercussione psicologica (Cassazione penale, n. 4332/2015).

Occorre, infine, rilevare come al delitto di maltrattamenti contro familiari e conviventi vengano ricondotte le fattispecie di “mobbing” realizzate sul posto di lavoro. L’orientamento consolidato della Cassazione ammette la configurabilità del delitto di cui all’art. 572 c.p. per condotte di “mobbing” solo a fronte di una realtà aziendale di ridotte dimensioni, in quanto tutti i rapporti richiamati dal primo comma dell’art. 572 c.p., secondo tale orientamento, devono essere caratterizzati da una natura para-familiare: la relazione tra datore di lavoro e lavoratore subordinato, ascrivibile ai rapporti di soggezione alla altrui «autorità» ovvero a quelli instaurati «per l’esercizio di una professione», sarebbe assimilabile al nucleo familiare vero e proprio. Al contrario, il reato di maltrattamenti non può trovare applicazione in presenza di imprese medio-grandi, la cui complessità ed articolazione organizzativa impedirebbe la creazione di quel clima «di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni alle comunità familiari» che l’art. 572 c.p. intenderebbe tutelare (Cass. Pen., Sez. VI, 16 aprile 2013, n. 19760). Tuttavia, recenti pronunce della Cassazione hanno ammesso la configurabilità del delitto di maltrattamenti per condotte di mobbing anche se poste in essere all’interno di imprese medio-grandi (Cfr. Cass. Pen., Sez. VI, 22 ottobre 2014, n. 53416).

Il Capo IV del Titolo XI, infine, contiene le norme che puniscono la sottrazione consensuale di minorenni (art. 573 c.p.), la sottrazione di persone incapaci (art. 574 c.p.), nonché la sottrazione e trattenimento di minore all’estero (art. 574-bis c.p.).

Tale ultima fattispecie, rientrante nel novero delle novità disciplinari introdotte dal c.d. Pacchetto sicurezza (legge 15 luglio 2009, n. 94), sanziona penalmente chiunque sottrae un minore al genitore esercente la responsabilità genitoriale o al tutore, conducendolo o trattenendolo all’estero contro la volontà del medesimo genitore o tutore, impedendo in tutto o in parte allo stesso l’esercizio della responsabilità genitoriale. Esso costituisce un tipico reato plurioffensivo, ledendo non solo il diritto di chi esercita la responsabilità parentale, ma anche il diritto dei figli a vivere in un certo ambiente, nel proprio “habitat” naturale, seguendo le indicazioni dei genitori.

Art. 570
Violazione degli obblighi di assistenza familiare

Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale, o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 103 a euro 1.032.
Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:
1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del pupillo o del coniuge;
2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma.
Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un’altra disposizione di legge.

Art. 571
Abuso dei mezzi di correzione o di disciplina

Chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente, con la reclusione fino a sei mesi.
Se dal fatto deriva una lesione personale, si applicano le pene stabilite negli articoli 582 e 583, ridotte a un terzo; se ne deriva la morte, si applica la reclusione da tre a otto anni.

Art. 572
Maltrattamenti contro familiari e conviventi

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia o comunque convivente, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da due a sei anni.

(…..)

Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a ventiquattro anni.

Art. 573
Sottrazione consensuale di minorenni

Chiunque sottrae un minore, che abbia compiuto gli anni quattordici, col consenso di esso, al genitore esercente la responsabilità genitoriale o al tutore, ovvero lo ritiene contro la volontà del medesimo genitore o tutore, è punito, a querela di questo, con la reclusione fino a due anni.
La pena è diminuita, se il fatto è commesso per fine di matrimonio; è aumentata, se è commesso per fine di libidine.
Si applicano le disposizioni degli articoli 525 e 544.

Art. 574
Sottrazione di persone incapaci

Chiunque sottrae un minore degli anni quattordici, o un infermo di mente, al genitore esercente la responsabilità genitoriale, al tutore, o al curatore, o a chi ne abbia la vigilanza o la custodia, ovvero lo ritiene contro la volontà dei medesimi, è punito, a querela del genitore esercente la responsabilità genitoriale, del tutore o del curatore, con la reclusione da uno a tre anni.
Alla stessa pena soggiace, a querela delle stesse persone, chi sottrae o ritiene un minore che abbia compiuto gli anni quattordici, senza il consenso di esso per fine diverso da quello di libidine o di matrimonio.
Si applicano le disposizioni degli articoli 525 e 544.

Art. 574-bis
Sottrazione e trattenimento di minore all’estero

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque sottrae un minore al genitore esercente la responsabilità genitoriale o al tutore, conducendolo o trattenendolo all’estero contro la volontà del medesimo genitore o tutore, impedendo in tutto o in parte allo stesso l’esercizio della responsabilità genitoriale, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.
Se il fatto di cui al primo comma è commesso nei confronti di un minore che abbia compiuto gli anni quattordici e con il suo consenso, si applica la pena della reclusione da sei mesi a tre anni.
Se i fatti di cui al primo e secondo comma sono commessi da un genitore in danno del figlio minore, la condanna comporta la sospensione dall’esercizio della responsabilità genitoriale.

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