Diritti possessori

Possesso diritti possessori| Avvocato Cristian Lomaistro Altamura

COME SI PUÒ DEFINIRE IL POSSESSO?

Il possesso è il potere (o signoria) sulla cosa che si manifesta in un’attività corrispondente all’esercizio della proprietà o di altro diritto reale (art. 1140 del codice civile). Si può possedere direttamente o tramite un’altra persona, che ha la detenzione della cosa.

Il possesso, quindi, è una relazione di fatto fra un soggetto e un bene, di modo che non è necessario che quest’ultimo sia titolare di un diritto di proprietà o di un altro diritto reale sul medesimo bene.

La detenzione, invece, pur condividendo con il possesso l’elemento della signoria materiale sul bene, se ne differenzia in quanto è priva di quell’elemento psicologico che consiste nell’intendimento del possessore di esercitare sul bene i poteri del proprietario o del titolare di altro diritto reale.

Dal possesso deriva la titolarità di diritti soggettivi individuati dall’ordinamento, anche a fronte di situazioni possessorie illegittime.

A seconda che la situazione possessoria corrisponda all’esercizio del diritto di proprietà o di altro diritto reale, si distingue il possesso c.d. “pieno” dal possesso “minore“; inoltre, in base all’esistenza o meno di una giustificazione giuridica, il possesso si dice titolato, quando trae origine da un atto o da una fattispecie giuridica idonei a trasferire la situazione possessoria, o non titolato, quando prescinde da qualsivoglia titolo giuridico costitutivo della situazione soggettiva possessoria.

QUALI SONO LE REGOLE CHE DISCIPLINANO IL POSSESSO?

Alcune regole generali per disciplinare la nascita, la permanenza e l’estinzione del possesso sono dettate dal codice civile.

Per quest’ultimo, il possesso è presunto in colui che esercita il potere di fatto sulla cosa, salvo che non venga provata la diversa situazione materiale della detenzione (art. 1141 c.c.).

L’art. 1141, comma 2 del codice civile, inoltre, stabilisce che colui che ha cominciato ad avere la detenzione non può acquistare il possesso finché il titolo non venga ad essere mutato per causa proveniente da un terzo o in forza di opposizione da lui fatta contro il possessore (cosiddetta “interversione del possesso”).

In altre parole, chi ottiene la disponibilità materiale di una cosa come detentore non può successivamente assumere la qualità di possessore, se non vi siano atti o fatti di rilievo esterno e percepibili, che manifestino inequivocabilmente l’intenzione di esercitare il possesso per conto e in nome proprio.

Per l’applicabilità di tale regola, la detenzione deve essere qualificata, in quanto il detentore non qualificato (perché privo del titolo alla detenzione) può divenire possessore solo se compia un atto di impossessamento (e non solo il mutamento della propria intenzione), ovvero un’attività materiale che abbia determinato un rapporto con il bene corrispondente all’esercizio di un diritto reale.

L’art. 1147 del codice, poi, delimita l’ambito entro il quale il possesso si considera di buona fede. Ai sensi di tale norma, è possessore di buona fede chi possiede ignorando di ledere l’altrui diritto (buona fede soggettiva). Tale regola incontra un limite dettato sempre dall’art. 1147, ai sensi del quale la buona fede non giova se l’ignoranza dipende da colpa grave, che si ha quando l’errore deve considerarsi inescusabile. Inoltre, per il codice civile il possesso è presunto in colui che esercita il potere di fatto sulla cosa, salvo che non venga provata la diversa situazione materiale della detenzione (art. 1141 c.c.) e basta che vi sia stata ab origine, ossia al tempo dell’acquisto. La presunzione di buona fede del possessore implica che dovrà essere chi agisce contro di lui a dover dimostrare la mala fede, ovvero che il possessore fosse a conoscenza dell’altruità del diritto.

QUALI SONO I BENI OGGETTO DI POSSESSO?

Oggetto del possesso possono essere tutti i beni materiali, così come disposto dall’art. 810 c.c., idonei in generale a formare oggetto di diritti reali sui quali possa esercitarsi la “signoria” di fatto.

Secondo l’art. 1145 c.c. rimane, invece, senza effetto il possesso delle cose di cui non si può acquistare la proprietà, ovvero i beni fuori commercio e quelli demaniali ex art. 823 c.c.

Tuttavia, tale affermazione viene limitata da quanto stabilito al secondo e al terzo comma dell’art. 1145 c.c. i quali concedono nei rapporti tra privati l’azione di spoglio rispetto ai beni appartenenti al pubblico demanio e ai beni delle province e dei comuni soggetti al regime proprio del demanio pubblico, nonché l’azione di manutenzione, se trattasi di esercizio di facoltà, le quali possono formare oggetto di concessione da parte della P.A.

Per quanto riguarda i beni immateriali, la giurisprudenza ha riconosciuto come giuridicamente ammissibile il possesso dello spazio aereo compreso nella proiezione ideale in altezza dell’immobile, il diritto al sepolcro, quale diritto reale patrimoniale suscettibile di tutela possessoria, le opere dell’ingegno (Cass. n. 4243/1991), dell’eredità o di una quota della stessa (Cass. n. 1741/2005).

QUALI SONO GLI EFFETTI DEL POSSESSO?

Gli effetti che scaturiscono dal verificarsi di tutti i presupposti che danno origine al possesso in senso proprio, possono suddividersi in tre categorie: i diritti e gli obblighi del possessore di restituire la cosa; gli effetti derivanti dall’acquisto in buona fede di un bene mobile (c.d. regola “possesso vale titolo” o “acquisto a non dominoex artt. 1153 e ss. c.c.); e, infine, l’acquisto della proprietà per usucapione.

Riguardo alla prima categoria di effetti, l’art. 1148 c.c., in tema di frutti prodotti dalla cosa soggetta alla signoria di fatto, richiama la nozione di “buona fede” descritta nei principi generali, prevedendo che, mentre il possessore di mala fede è obbligato a restituire tutti i frutti fin dall’impossessamento, il possessore di buona fede, invece, a prescindere dall’origine del suo possesso, acquista la proprietà dei frutti naturali separati dal bene principale e dei frutti civili maturati fino al giorno dell’instaurazione del processo da parte del proprietario.

A seguito della proposizione della domanda giudiziale, il possessore risponde verso il proprietario rivendicante dei frutti percepiti e percepibili, individuati nel loro ammontare sulla base di parametri medi e normali di produzione.

L’art. 1149 c.c., invece, si occupa di regolamentare il diritto del possessore ad ottenere rimborsi a seguito di eventuali spese da lui affrontate a vantaggio della cosa.

Prima analizzare i presupposti e i limiti di tali rimborsi, è bene sottolineare che il legislatore ha introdotto una peculiare forma di tutela del possessore, a garanzia dell’adempimento dell’obbligo di indennizzo posto, se del caso, in capo al proprietario che si vede restituire la cosa a seguito di rivendica: fino alla ricezione di quanto dovuto, il possessore ha diritto di ritenzione della res ai sensi dell’art. 1152 c.c.

Passando, quindi, all’analisi dei diritti di credito che possono sorgere in conseguenza del possesso, fermo restando che le spese necessarie occorse per la produzione e il raccolto sono sempre rimborsabili, la disciplina distingue diverse casistiche allorché si tratti di spese sostenute per apportare miglioramenti, addizioni o riparazioni (cfr. art. 1150 c.c.).

In ordine alla prima tipologia, il miglioramento deve essere “attuale ed effettivo” (in tal senso, tra le altre, si veda Cass. n. 16012/2002), dato che sarà oggetto di prova e dovrà perdurare fino al momento della restituzione (Cass. n. 8156/2012); solo in tal caso, al possessore spetta un’indennità, il cui importo dipende anche dalla sua buona o mala fede.

Per quanto concerne le riparazioni, mentre quelle straordinarie danno diritto a un rimborso integrale perfino se il possessore sia di mala fede, quelle ordinarie, proprio per il fatto che si limitano a mantenere la cosa in buono stato, senza incidere sulla sua struttura, legittimano i possessori tenuti alla restituzione dei frutti, a chiedere un indennizzo, limitatamente al tempo per il quale la restituzione è dovuta, nonché, dopo la domanda giudiziale, i soli possessori di buona fede.

Regole assai rigide sono imposte, infine, per le addizioni della cosa realizzate dal possessore: escluso ogni tipo di rimborso per le spese voluttuarie, il possessore rischia addirittura la condanna alla rimozione delle addizioni, qualora si accerti che non migliorino, sotto nessun profilo, la res oggetto di restituzione.

In ordine alla seconda categoria di effetti, la norma di riferimento è l’art. 1153 c.c., il quale dispone che “colui al quale sono alienati beni mobili da parte di chi non ne è proprietario, ne acquista la proprietà mediante il possesso, purché sia in buona fede al momento della consegna e sussista un titolo idoneo al trasferimento della proprietà. La proprietà si acquista libera da diritti altrui sulla cosa, se questi non risultano dal titolo e vi è la buona fede dell’acquirente. Nello stesso modo si acquistano i diritti di usufrutto, di uso e di pegno“.

Infine, l’effetto più rilevante che scaturisce dalla signoria di fatto esercitata dal possessore sulla cosa, è l’acquisto della proprietà e di altri diritti reali di godimento per “usucapione“.

L’istituto, la cui ratio è quella di attribuire certezza giuridica alla pacifica utilizzazione del bene che si protrae nel tempo a causa dell’inerzia del titolare del diritto, è soggetto a determinati requisiti indicati dalla legge. Per maggiori approfondimenti sull’usucapione, si rinvia a quanto già spiegato in questa pagina.

COSA PUÒ FARE IL POSSESSORE PER TUTELARE LA PROPRIA SITUAZIONE GIURIDICA?

Nonostante il possesso sia una situazione giuridica “materiale”, il legislatore italiano ha ritenuto opportuno introdurre delle azioni giudiziarie a tutela del possessore.

A tutela del possesso in quanto tale il codice prevede due speciali azioni (c.d. “strettamente possessorie”), modulate sul tipo di lesione lamentata: la reintegra, in presenza di spoglio violento o clandestino (art. 1168 c.c.) e la manutenzione (art 1170 c.c.) finalizzata ad eliminare molestie o turbative nel possesso o a recuperare lo stesso in caso di spoglio non violento o clandestino (c.d. “spoglio semplice”).

L’azione di reintegrazione deve essere proposta entro un anno dallo spoglio: si tratta di un termine perentorio che decorre dal sofferto spoglio o, se questo è clandestino, dalla sua scoperta.

L’azione di manutenzione, invece, è esperibile se il possesso dura da oltre un anno, continuo e non interrotto, e non è stato acquistato violentemente o clandestinamente. Se invece il possesso è stato acquistato in modo violento o clandestino, l’azione può esercitarsi decorso un anno dal giorno in cui la violenza o la clandestinità sono cessate. L’azione deve essere intrapresa entro il termine di un anno.

Benché non sia posta a tutela specifica del possesso in quanto tale, la seconda categoria di rimedi esperibili dal possessore (oltre che dal proprietario e dal titolare di altro diritto reale) è rappresentata dalle cosiddette “azioni di nunciazione“.

Disciplinate dagli artt. 1171 e 1172 c.c., le denunzie di nuova opera e di danno temuto, a differenza delle azioni a difesa del possesso, caratterizzate da un intervenuto successivo al pregiudizio sofferto dal bene, sono funzionali al diverso scopo di proteggere le res dai pregiudizi che potrebbero derivare da un facere (la prima) o dalla violazione di un obbligo di custodia o manutenzione altrui (la seconda).

È POSSIBILE CHIEDERE ANCHE UN RISARCIMENTO IN CASO DI VIOLAZIONE DEL POSSESSO?

Sì. La giurisprudenza e parte della dottrina moderna ritengono che le azioni possessorie possano essere accompagnate dalla richiesta di risarcimento dei danni ex art. 2043 c.c. La domanda di risarcimento del danno consistente nella diminuzione patrimoniale sofferta per il tempo in cui si è protratto lo spoglio o la turbativa del possesso, si configura come accessoria a quella principale di reintegra o di manutenzione e può essere proposta congiuntamente o in via autonoma (Cfr. Cass. n. 20875/2005).

Infine, il possessore può chiedere, nelle ipotesi in cui il rispristino del possesso sia impossibile (perché, ad esempio, il bene è stato distrutto) il risarcimento del c.d. danno sostitutivo, costituito da una somma di denaro volta a sostituire il possesso del bene non più recuperabile; in tale ipotesi l’azione risarcitoria sostituisce quella possessoria.

Tutela possesso Avvocato Cristian Lomaistro Altamura

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