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DiAvv. Cristian Lomaistro

Pubblicare più annunci di vendita on-line non attribuisce la qualifica di professionista

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La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in una recente pronuncia (Sezione V, sentenza 4 ottobre 2018, causa C-105/17), ha affrontato un problema particolarmente attuale dovuto anche al rapido diffondersi delle tecnologie della comunicazione. Il quesito al quale la Corte di Giustizia ha dato una risposta è se una persona fisica che pubblichi contemporaneamente una serie di annunci di vendite online, debba essere qualificato come «professionista» e se, conseguentemente, la sua attività costituisca una «pratica commerciale».

Il problema ha una certa rilevanza pratica, in quanto, in base alla direttiva 2005/29/CE dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori, il professionista è tenuto a fornire una serie di informazioni al consumatore prima che questi sia vincolato da un contratto a distanza o negoziato fuori dei locali commerciali; fra queste, vi è anche l’informazione sul diritto di recesso dal contratto.

PREMESSA

L’e-commerce costituisce ormai un fenomeno ampiamente diffuso nel mondo e in Italia, una volta superate le prime ritrosie di chi gli acquisti voleva necessariamente farli in negozio. Sono infatti svariati i colossi dell’e-commerce, che, a partire da Amazon, dominano ogni settore dei nostri interessi. Ma fino ad un certo punto il fenomeno ha interessato solo le imprese. Da qualche tempo, invece, l’e-commerce si è ulteriormente esteso, specie nel settore della moda, alle vendite tra consumatori (dette anche “C2C”, ossia da un consumatore ad un altro consumatore).

DEFINIZIONI NORMATIVE

Questa evoluzione del mercato dell’e-commerce impone alcune riflessioni giuridiche sulla concreta applicabilità delle seguenti definizioni giuridiche di “professionista” e “consumatore”, fissate a livello comunitario dall’art. 2 della Direttiva n. 29/2005 (relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori) e recepite interamente nell’art. 3 del D. Lgs. 206/2005 (c.d. “Codice del Consumo”):

  • il “professionista” è “la persona fisica o giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale, ovvero un suo intermediario”;
  • il “consumatore” è invece “la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta”.

LE QUESTIONI ERMENEUTICHE

Nel corso di anni di pratica applicativa, si sono poste varie questioni interpretative collegate a queste due semplici – e ampie – definizioni: ad esempio, possono qualificarsi come “consumatori” anche le persone giuridiche? Cosa si intende per “attività professionale”? Come deve essere valutato “lo scopo” dell’acquisto?

LA QUESTIONE POSTA ALL’ATTENZIONE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA

La Corte di Giustizia, con la sentenza in commento del 4 ottobre scorso pronunciata nel caso C-105/17, risponde ad una specifica questione ermeneutica: se una persona fisica vende su Internet un numero relativamente elevato di beni di valore significativo, tale persona acquisisce per tale ragione la qualità di “professionista”?

IL CASO CONCRETO

La questione posta all’attenzione della Corte sorge a partire da una vendita online C2C realizzata in Bulgaria ed effettuata da un venditore che aveva pubblicato sulla piattaforma online in questione 8 annunci, e conclusasi con la lamentela di un compratore insoddisfatto, il quale voleva ottenere il rimborso del prodotto acquistato, in quanto ritenuto non conforme alla descrizione formulata online dal venditore.

LE IMPLICAZIONI PRATICHE

Si tratta di una questione la cui risoluzione porta con sé innumerevoli implicazioni pratiche, se pensiamo alla notevole quantità di oneri, in primis – ma non solo – informativi, che ricadono in capo ad un “professionista”, in base alla normativa in materia di vendite online ai sensi della Direttiva n. 83/2011, anch’essa trasfusa nel Codice del Consumo (ad esempio, prima che il consumatore sia vincolato da un contratto a distanza, il professionista dovrà ad esempio fornire informazioni in merito alla propria identità, ai dettagli su prezzo, alle modalità di consegna e pagamento, alle caratteristiche del bene, al diritto di recesso in capo al consumatore, allagaranzia legale di conformità). Più in generale, in capo al professionista vige un obbligo di diligenza professionale, la cui violazione può concretizzarsi in diverse tipologie di pratiche commerciali scorrette ai sensi della Direttiva n. 29/2005 e degli artt. 18 e ss. del Codice del Consumo.

IL PRINCIPIO

Il principio generale enunciato dalla Corte di Giustizia può essere riassunto in questa affermazione:“ Il semplice fatto che la vendita persegua scopi di lucro o che una persona pubblichi, contemporaneamente, su una piattaforma online un certo numero di annunci per la vendita di beni nuovi e d’occasione, non è sufficiente, di per sé solo, a qualificare tale persona come «professionista» […]”. E se manca la qualificazione di professionista non può esserci una “pratica commerciale”, che, per l’appunto, deve essere posta in essere da un professionista.

L’APPLICAZIONE CONCRETA DEL PRINCIPIO

Il principio, tuttavia, necessita naturalmente di una valutazione concreta che dovrà essere condotta, caso per caso, dal giudice di merito, considerando, a titolo esemplificativo, i seguenti parametri:

  • se il venditore disponga di una partiva IVA e/o di informazioni e competenza tecniche relative ai prodotti offerti in vendita delle quali il consumatore non dispone, creandosi dunque una situazione di asimmetria informativa (essendo quest’ultima la ratio principale che giustifica gli oneri informativi in capo al professionista);
  • se il venditore acquisti beni al fine di rivenderli, conferendo così a tale attività carattere di regolarità;
  • se i prodotti in vendita siano tutti del medesimo tipo o dello stesso valore.

Puoi leggere l’articolo intero a questo link.


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