Archivio Tag contratto di agenzia

DiAvv. Cristian Lomaistro

Per gli agenti anche il periodo di prova dà diritto all’indennità di risoluzione

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In materia di indennità di risoluzione di un contratto di agenzia dovuta a decisione unilaterale del mandante, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza del 19 aprile 2018 della IV Sezione (Causa C-645/16) ha avuto modo di precisare che essa spetti anche laddove la risoluzione intervenga nel corso del periodo di prova previsto nel contratto medesimo.

IL CASO DI SPECIE

Più in particolare, nel caso di specie un agente operante in Francia era stato sottoposto ad un periodo di prova di un anno, ma dopo appena sei mesi la mandante aveva comunicato l’intenzione di risolvere il rapporto, non avendo l’agente dato modo di ritenere che potessero essere raggiunti, nel corso dei successivi e restanti 6 mesi, gli obiettivi di vendita contrattualmente stabiliti.

L’agente citava quindi in giudizio la mandante affinchè gli venisse riconosciuta l’indennità di risoluzione del contratto, oltre al risarcimento dei danni subiti.

La vertenza con esiti alterni giungeva fino alla Corte di Cassazione francese, che sospendeva il procedimento e decideva di sottoporre all’organo giudicante dell’Unione Europea una questione pregiudiziale e cioè se l’art. 17 della direttiva 86/653/CEE, recante la disciplina dell’indennità di risoluzione del rapporto,  trovasse applicazione anche nell’ipotesi di periodo di prova.

La Corte di Giustizia, investita della domanda, sottolineava innanzi tutto che il riconoscimento dell’indennità non avrebbe violato il tenore letterale della norma comunitaria. La risoluzione infatti, anche se intervenuta durante il periodo di prova, determinava la cessazione del rapporto con la mandante e dunque la condizione richiesta dall’art 17 della direttiva.

Una diversa e opposta soluzione avrebbe peraltro contrastato col successivo art. 18 della direttiva,  che nell’elencare le ipotesi di esclusione dell’indennità non annoverava lo svolgimento del mandato durante il periodo di prova, e con la natura imperativa della direttiva, che, mirando a tutelare l’agente, era inderogabile a suo sfavore.

La Corte in conclusione, interpretando la norma comunitaria alla luce “della sua formulazione, del suo contesto e della sua finalità”, ha ritenuto la disciplina dell’indennità (e del suo risarcimento) applicabile anche all’agente ancora  in prova.

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DiAvv. Cristian Lomaistro

Contratto di agenzia e indennità di fine rapporto: quando spetta?

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In materia di indennità in caso di cessazione del rapporto di agenzia, l’art. 1751 c.c. assume un ruolo centrale, in quanto in esso è contenuta la disciplina applicabile all’atto della cessazione di tale rapporto. In riferimento alla norma appena richiamata, appare opportuno esaminare anche la sentenza n. 4227 del 27.09.2011 emessa dal Tribunale di Catania – Sez. Lavoro.

Con tale sentenza, il Giudice del lavoro si è pronunciato in merito ai crediti derivanti dal rapporto di agenzia, con particolare riferimento, appunto, all’indennità prevista dall’art 1751 c.c.

L’analisi del quadro normativo deve necessariamente prendere le mosse dal D. Lgs. n. 303/91, con il quale il legislatore italiano, dando attuazione alla direttiva CEE n. 86/653, ha completamente riscritto l’art. 1751 c.c., stabilendo che tale l’indennità spetta “se ricorra almeno uno dei seguenti requisiti:

– l’agente abbia procurato nuovi clienti al preponente o abbia sensibilmente sviluppato gli affari con i clienti esistenti e il preponente riceva ancora sostanziali vantaggi derivanti dagli affari con tali clienti;

– il pagamento di tale indennità sia equo, tenuto conto di tutte le circostanze del caso, in particolare delle provvigioni che l’agente perde e che risultano dagli affari con tali clienti”.

La novella ha previsto, inoltre, che l’indennità non spetta se il contratto si risolve per inadempienza imputabile all’agente, di tale gravità da impedire la prosecuzione, seppur provvisoria, del rapporto o nel caso in cui sia l’agente a formulare le dimissioni, purché tale dimissioni non siano dovute a fatti imputabili al preponente o a circostanze attribuibili all’agente (quali età, infermità o malattia).
Il D. Lgs. 15 febbraio 1999, n. 65 ha modificato ulteriormente il testo della norma codicistica, prevedendo che il diritto all’indennità sorge non quando è presente una sola delle due condizioni sopra riportate (apporto di clientela o equità), bensì quando ricorrono ambedue.

L’indennità ex art 1751 c.c. ha come obiettivo quello di remunerare l’agente che con la sua attività abbia determinato per il preponente un incremento rispetto alla situazione commerciale in cui si trovava prima dell’intervento dell’agente, incremento consistente nell’apporto di clienti ulteriori rispetto a quelli che già erano tali ovvero nello sviluppo degli affari con clienti preesistenti, e ciò nei casi in cui simili incrementi continuino ad arrecare benefici economici al preponente, anche dopo la cessazione del rapporto con l’agente. Proprio al fine di “riequilibrare” i rispettivi vantaggi economici che le parti hanno tratto dal rapporto, il legislatore comunitario, prima e quello nazionale, dopo, hanno previsto l’erogazione, da parte del preponente, di un’ulteriore retribuzione in aggiunta alle provvigioni già incassate dall’agente nel corso del rapporto.

In considerazione di ciò , deve ritenersi onere dell’agente indicare specificamente i nominativi dei singoli clienti procurati ex novo al preponente in tutto il corso del rapporto, ovvero i nominativi di quelli preesistenti e per i quali ci sia stato notevole incremento degli affari . L’onere probatorio grava sull’agente il quale dovrà indicare fatti concreti, nomi, affari.
In proposito, deve peraltro da ritenersi che la mera circostanza dell’incremento, nel corso degli anni, dei compensi percepiti non soddisfa in sé il requisito richiesto dalla norma. Infatti l’aumento progressivo dei compensi è un dato fisiologico in un rapporto di durata; inoltre, va considerato che poiché il valore nominale del fatturato aumenta per il semplice effetto dell’aumento dei prezzi, la semplice variazione della cifra delle provvigioni non attesta in sé uno sviluppo di clientela.

La norma, giova ripetere, richiede infatti che sia aumentato il numero dei clienti ovvero che quelli esistenti abbiano aumentato il valore reale, e non solo nominale, dei loro acquisti; inoltre, va dimostrato che tali incrementi siano ascrivibili al merito dell’agente e non a fattori estranei, quali l’improvvisa espansione generale del mercato ovvero un particolare sforzo promozionale effettuato dalla preponente. Sull’agente graverà ancora l’onere di provare la attuale persistenza a vantaggio del preponente di sostanziali vantaggi economici scaturenti dagli affari con i clienti ora menzionati.

In conclusione, è da ritenersi inammissibile sopperire ai predetti oneri mediante C.T.U., almeno in difetto di allegazioni di quanto sostenuto; la consulenza può essere utile nel determinare il quantum degli importi già provati nell’an, ma non potrà adempiere a funzioni esplorative.

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